So long and thank’s for all the rice & beans / pt.2
Sullo shuttle per arrivare a Tikal conosciamo Peter, un disgraziato americano di New York. Peter odia gli inglesi, vive nel West Side e fa di cognome Laverne, come quel “vigliacco disertore francese” di suo nonno, scappato in America durante la guerra. Peter è schietto e senza filtro, mentre parla tiene gli occhi troppo aperti. E’ alto e senza un soldo in tasca, paga ad intermittenza un affitto bloccato, quando non ha i soldi mette un lucchetto alla porta e scappa da una parte all’altra del mondo. Sembra il fratello povero di Hugh Laurie (Doctor House per i non rodati sul tema telefilm).
Peter è vissuto per tre anni vicino Napoli, la sera usciva di casa e andava a parlare con le mignotte, ci andava a cena, le voleva conoscere. E’ dovuto scappare dai “camorristi di merda” che volevano “spaccargli la testa”, così ha cercato lavoro a Roma, agli studios di Cinecitta, gli hanno offerto un posto da assistente all’assistente dell’assistente del regista in cambio di vitto e alloggio. “Li ho mandati affanculo quegli stronzi”, ha raccattato i suoi appunti, i suoi vestiti ed è tornato a New York.
Peter parla cinque lingue e indossa camicie che lo fanno piu vecchio di un v. Scrive romanzi, ma nessuno glieli pubblica, gli piacerebbe vivere in Giappone e scappare dagli Usa, “Il paese più fascista del mondo civilizzato”. In Giappone ci ha lavorato per dei lunghi periodi, ha tenuto dei corsi sull’esoterismo. Ha una passione per le ragazze giapponesi, per i loro occhi intensi e scuri, è pessimista, di un pessimismo nero come la pece e come la pece, mentre ci parli, ti si appiccica addosso il suo mondo tragicomico da penultimo che sguazza tra gli ultimi.
Mentre eravamo a Tikal, immersi fino all’ultima goccia di sudore nella cultura Maya, Peter faceva Tai Chi sopra le piramidi, “Cerco di sentire la voce delgli spiriti”, non si capiva se fosse pazzo o facesse finta di esserlo. La sera ha cenato con noi, non ha toccato alcol, beveva un cappuccino che si portava appresso dal pomeriggio; quel latte avrebbe potuto camminare con le proprie gambe se solo fosse riuscito a uscire dal contenitore in polistirolo.
“Siete i primi che non mi prendono per uno stronzomatto”. Ci sta simpatico, ha 55 anni e ha tante storie da raccontare. Del resto viaggiare è un modo per conoscere le storie, una volta visti i “sassi” rimangono le persone con le loro vite.v.
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